Sequenze tratte dal bozzetto “Nedda” di Giovanni Verga
…
La
sera del sabato, quando fu l'ora di aggiustare il conto della settimana,
dinanzi alla tavola del fattore, tutta carica di cartacce e di bei gruzzoletti
di soldi, gli uomini più turbolenti furono pagati i primi, poscia le più
rissose delle donne, in ultimo, e peggio, le timide e le deboli. Quando il
fattore le ebbe fatto il suo conto, Nedda venne a sapere che, detratte le due
giornate e mezza di riposo forzato, restava ad avere quaranta soldi.
La povera ragazza non osò aprir bocca. Solo
le si riempirono gli occhi di lagrime.
- E laméntati per giunta, piagnucolona! -
gridò il fattore, il quale gridava sempre, da fattore coscienzioso che difende
i soldi del padrone. - Dopo che ti pago come le altre, e sì che sei più povera
e più piccola delle altre! e ti pago la tua giornata come nessun proprietario
ne paga una simile in tutto il territorio di Pedara, Nicolosi e Trecastagne!
Tre carlini, oltre la minestra!
- Io non mi lamento... - disse timidamente
Nedda intascando quei pochi soldi che il fattore, ad aumentare il valore, aveva
conteggiato per grani. - La colpa è del tempo che è stato cattivo e mi ha tolto
quasi la metà di quel che avrei potuto buscarmi.
- Pigliatela col Signore! - disse il fattore
ruvidamente.
- Oh, non col Signore! ma con me che son
tanto povera!
- Pàgagli intiera la sua settimana, a quella
povera ragazza; - disse al fattore il figliuolo del padrone, il quale assisteva
alla raccolta delle olive. - Non sono che pochi soldi di differenza.
- Non devo darle che quel ch'è giusto!
- Ma se te lo dico io!
- Tutti i proprietari del vicinato farebbero
la guerra a voi e a me se facessimo delle novità.
- Hai ragione! - rispose il figliuolo del
padrone, il quale era un ricco proprietario, e aveva molti vicini.
Nedda raccolse quei pochi cenci che erano
suoi, e disse addio alle compagne.
- Vai a Ravanusa a quest'ora? - dissero
alcune.
- La mamma sta male!
- Non hai paura?
- Sì, ho paura per questi soldi che ho in
tasca; ma la mamma sta male, e adesso che non son più costretta a star qui a
lavorare, mi sembra che non potrei dormire, se mi fermassi anche stanotte.
- Vuoi che t'accompagni? - le disse in tuono
di scherzo il giovane pecoraio.
- Vado con Dio e con Maria - disse
semplicemente la povera ragazza, prendendo la via dei campi a capo chino.
Il sole era tramontato da qualche tempo e le
ombre salivano rapidamente verso la cima della montagna. Nedda camminava
sollecita, e quando le tenebre si fecero profonde, cominciò a cantare come un
uccelletto spaventato. Ogni dieci passi voltavasi indietro, paurosa, e allorché
un sasso, smosso dalla pioggia che era caduta, sdrucciolava dal muricciolo, o
il vento le spruzzava bruscamente addosso a guisa di gragnuola la pioggia
raccolta nelle foglie degli alberi, ella si fermava tutta tremante, come una
capretta sbrancata. Un assiolo la seguiva d'albero in albero col suo canto
lamentoso; ed ella, tutta lieta di quella compagnia, gli faceva il richiamo,
perché l'uccello non si stancasse di seguirla. Quando passava dinanzi ad una
cappelletta, accanto alla porta di qualche fattoria, si fermava un istante
nella viottola per dire in fretta un'avemaria, stando all'erta che non le
saltasse addosso dal muro di cinta il cane di guardia, che abbaiava
furiosamente; poi partiva di passo più lesto, rivolgendosi due o tre volte a
guardare il lumicino che ardeva in omaggio alla Santa, nello stesso tempo che
faceva lume al fattore, quando doveva tornar tardi dai campi.
Quel lumicino le dava coraggio, e la faceva
pregare per la sua povera mamma. Di tempo in tempo un pensiero doloroso le
stringeva il cuore con una fitta improvvisa, e allora si metteva a correre, e
cantava ad alta voce per stordirsi, o pensava ai giorni più allegri della
vendemmia, o alle sere d'estate, quando, con la più bella luna del mondo, si
tornava a stormi dalla Piana, dietro la cornamusa che suonava allegramente; ma
il suo pensiero correva sempre là, dinanzi al misero giaciglio della sua
inferma. Inciampò in una scheggia di lava tagliente come un rasoio, e si lacerò
un piede; l'oscurità era sì fitta che alle svolte della viottola la povera
ragazza spesso urtava contro il muro o la siepe, e cominciava a perder coraggio
e a non saper dove si trovasse. Tutt'a un tratto udì l'orologio di Punta che
suonava le nove, così vicino che i rintocchi sembravano le cadessero sul capo.
Nedda sorrise, quasi un amico l'avesse chiamata per nome in mezzo ad una folla
di stranieri.
Infilò allegramente la via del villaggio,
cantando a squarciagola la sua bella canzone, e tenendo stretti nella mano,
dentro la tasca del grembiule, i suoi quaranta soldi.
Passando dinanzi alla farmacia vide lo
speziale ed il notaro tutti inferraiuolati che giocavano a carte. Alquanto più
in là incontrò il povero matto di Punta, che andava su e giù da un capo
all'altro della via, colle mani nelle tasche del vestito, canticchiando la
solita canzone che l'accompagna da venti anni, nelle notti d'inverno e nei
meriggi della canicola. Quando fu ai primi alberi del diritto viale di
Ravanusa, incontrò un paio di buoi che venivano a passo lento ruminando tranquillamente.
- Ohé, Nedda! - gridò una voce nota.
- Sei tu, Janu?
- Sì, son io, coi buoi del padrone.
- Da dove vieni? - domandò Nedda senza
fermarsi.
- Vengo dalla Piana. Son passato da casa tua;
tua madre t'aspetta.
- Come sta la mamma?
- Al solito.
- Che Dio ti benedica! - esclamò la ragazza
come se avesse temuto il peggio, e ricominciò a correre.
- Addio, Nedda! - le gridò dietro Janu.
- Addio, - balbettò da lontano Nedda.
E le parve che le stelle splendessero come
soli, che tutti gli alberi, noti uno per uno, stendessero i rami sulla sua
testa per proteggerla, e i sassi della via le
accarezzassero i piedi indolenziti.
…
Le ragazze del villaggio sparlarono di
lei perché andò a lavorare subito il giorno dopo la morte della sua vecchia, e
perché non aveva messo il bruno; e il signor curato la sgridò forte, quando la
domenica successiva la vide sull'uscio del casolare, mentre si cuciva il
grembiule che aveva fatto tingere in nero, unico e povero segno di lutto, e
prese argomento da ciò per predicare in chiesa contro il mal uso di non
osservare le feste e le domeniche.
La povera fanciulla, per
farsi perdonare il suo grosso peccato, andò a lavorare due giorni nel campo del
curato, acciò dicesse la messa per la sua morta il primo lunedì del mese; e la
domenica, quando le fanciulle, vestite dei loro begli abiti da festa, si
tiravano in là sul banco, o ridevano di lei, e i giovanotti, all'uscire di
chiesa, le dicevano facezie grossolane, ella si stringeva nella sua mantellina
tutta lacera, e affrettava il passo, chinando gli occhi, senza che un pensiero
amaro venisse a turbare la serenità della sua preghiera - ovvero diceva a se stessa
a mo' di rimprovero che si fosse meritato: - Son così povera! - oppure,
guardando le sue due buone braccia: - Benedetto il Signore che me le ha date! -
e tirava via sorridendo.
Una sera - aveva spento da
poco il lume - udì nella viottola una nota voce che cantava a squarciagola, e
con la melanconica cadenza orientale delle canzoni contadinesche: Picca cci
voli ca la vaju' a viju. A la mi' amanti di l'arma mia!...
- È Janu! - disse
sottovoce, mentre il cuore le balzava dal petto come un uccello spaventato, e
cacciò la testa fra le coltri.
E il domani, quando aprì
la finestra, vide Janu col suo bel vestito nuovo di fustagno, nelle cui tasche
cercavano entrare per forza le sue grosse mani nere e incallite al lavoro, con
un bel fazzoletto di seta nuova fiammante che faceva capolino con civetteria
dalla scarsella del farsetto, il quale si godeva il bel sole d'aprile
appoggiato al muricciolo dell'orto.
- Oh, Janu! - diss'ella,
come se non ne sapesse proprio nulla.
- Salutamu! - esclamò il
giovane col suo più grosso sorriso.
- O che fai qui?
- Torno dalla Piana -.
La fanciulla sorrise, e
guardò le lodole che saltellavano ancora sul verde per l'ora mattutina.
- Sei tornato colle
lodole.
- Le lodole vanno dove
trovano il miglio, ed io dove c'è del pane.
- O come?
- Il padrone m'ha
licenziato.
- O perché?
- Perché avevo preso le
febbri laggiù, e non potevo più lavorare che tre giorni per settimana.
- Si vede, povero Janu!
- Maledetta Piana! -
imprecò Janu stendendo il braccio verso la pianura.
- Sai, la mamma!... -
disse Nedda.
- Me l'ha detto lo zio
Giovanni -.
Ella non aggiunse altro, e
guardò l'orticello al di là del muricciolo. I sassi umidicci fumavano; le gocce
di rugiada luccicavano su di ogni filo d'erba; i mandorli fioriti sussurravano
lieve lieve e lasciavano cadere sul tettuccio del casolare i loro fiori bianchi
e rosei che imbalsamavano l'aria; una passera, petulante e sospettosa nel tempo
istesso, schiamazzava sulla gronda, e minacciava a suo modo Janu, che aveva tutta
l'aria, col suo viso sospetto, di insidiare al suo nido, del quale spuntavano
tra le tegole alcuni fili di paglia indiscreti. La campana della chiesuola
chiamava a messa.
- Come fa piacere a
sentire la nostra campana! - esclamò Janu.
- Io ho riconosciuto la
tua voce stanotte, - disse Nedda facendosi rossa, e zappando con un coccio la
terra della pentola che conteneva i suoi fiori.
Egli si volse in là, ed
accese la pipa, come deve fare un uomo.
- Addio, vado a messa! -
disse bruscamente la Nedda, tirandosi indietro dopo un lungo silenzio.
- Prendi, ti ho portato
codesto dalla città - le disse il giovane sciorinando il suo bel fazzoletto di
seta.
- Oh! com'è bello! ma
questo non fa per me!
- O perché? se non ti
costa nulla! - rispose il giovanotto con logica contadinesca.
Ella si fece rossa, come
se la grossa spesa le avesse dato idea dei caldi sentimenti del giovane, gli
lanciò, sorridente, un'occhiata fra carezzevole e selvaggia, e scappò in casa;
e allorché udì i grossi scarponi di lui sui sassi della viottola, fece capolino
per accompagnarlo cogli occhi mentre se ne andava.
Alla messa le ragazze del
villaggio poterono vedere il bel fazzoletto di Nedda, dove c'erano stampate
delle rose che si sarebbero mangiate, e su cui il sole, scintillante dalle
invetriate della chiesuola, mandava i suoi raggi più allegri. E quand'ella
passò dinanzi a Janu, il quale stava presso il primo cipresso del sacrato,
colle spalle al muro e fumando nella sua pipa intagliata, ella sentì gran caldo
al viso, e il cuore che le faceva un gran battere in petto, e sgusciò via alla
lesta. Il giovane le tenne dietro fischiettando, e la guardava a camminare
svelta e senza voltarsi indietro, colla sua veste nuova di fustagno che faceva
delle belle pieghe pesanti, le sue brave scarpette, e la sua mantellina
fiammante. - La povera formica, or che la mamma stando in paradiso non l'era
più a carico, era riuscita a farsi un po' di corredo col suo lavoro. - Fra
tutte le miserie del povero c'è anche quella del sollievo che arrecano le
perdite più dolorose al cuore!
Nedda sentiva dietro di
sé, con gran piacere o gran sgomento (non sapeva davvero che cosa fosse delle
due), il passo pesante del giovanotto, e guardava sulla polvere biancastra
dello stradale, tutto diritto e inondato di sole, un'altra ombra, la quale di
tanto in tanto si distaccava dalla sua. Tutt'a un tratto, quando fu in vista
della sua casuccia, senza alcun motivo, si diede a correre come una cerbiatta
spaventata. Janu la raggiunse, ella si appoggiò all'uscio, tutta rossa e
sorridente, e gli allungò un pugno sul dorso. - To'! -
Egli ripicchiò con
galanteria un po' manesca.
- O quanto l'hai pagato il
tuo fazzoletto? - domandò Nedda togliendoselo dal capo per sciorinarlo al sole
e contemplarlo in aria festosa.
- Cinque lire, - rispose
Janu un po' pettoruto.
Ella sorrise senza
guardarlo; ripiegò accuratamente il fazzoletto, studiando i segni che avevano
lasciato le pieghe, e si mise a canticchiare una canzonetta che non soleva
tornarle in bocca da lungo tempo.
La pentola rotta, posta
sul davanzale, era ricca di garofani in boccio.
- Che peccato, - disse
Nedda, - che non ce ne siano di fioriti! - e spiccò il più grosso bocciolo e
glielo diede.
- Che vuoi che ne faccia
se non è sbocciato? - diss'egli senza comprenderla, e lo buttò via. Ella si
volse in là.
- E adesso dovrai andare a
lavorare? - gli domandò dopo qualche secondo.
Egli alzò le spalle: -
Dove andrai tu domani!
- A Bongiardo.
- Del lavoro ne troverò;
ma bisognerebbe che non tornassero le febbri.
- Bisognerebbe non star fuori
la notte a cantare dietro gli usci! - gli diss'ella tutta rossa, dondolandosi
sullo stipite dell'uscio con certa aria civettuola.
- Non lo farò più, se tu
non vuoi -.
Ella gli diede un
buffetto, e scappò dentro.
- Ohé! Janu! - chiamò
dalla strada lo zio Giovanni
- Vengo! - gridò Janu; e
alla Nedda: - Verrò anch'io a Bongiardo, se mi vogliono.
- Ragazzo mio, - gli disse
lo zio Giovanni quando fu sulla strada, - la Nedda non ha più nessuno, e tu sei
un bravo giovinotto; ma insieme non ci state proprio bene. Hai inteso?
- Ho inteso, zio Giovanni;
ma se Dio vuole, dopo la messe, quando avrò da banda quel po' di quattrini che
ci vogliono, insieme ci staremo benissimo -.
Nedda, che aveva udito da
dietro il muricciolo, si fece rossa, sebbene nessuno la vedesse.
L'indomani, prima di
giorno, quand'ella si affacciò all'uscio per partire, trovò Janu, col suo
fagotto infilato al bastone.
- O dove vai? - gli
domandò.
- Vengo anch'io a
Bongiardo, a cercar lavoro -.
I passerotti, che si erano
svegliati alle voci mattutine, cominciarono a pigolare dietro il nido. Janu
infilò al suo bastone anche il fagotto di Nedda, e s'avviarono alacremente,
mentre il cielo si tingeva all'orizzonte delle prime fiamme del giorno, e il
venticello diveniva frizzante.
A Bongiardo c'era proprio
del lavoro per chi ne voleva. Il prezzo del vino era salito, e un ricco
proprietario faceva dissodare un gran tratto di chiuse da mettere a vigneti. Le
chiuse rendevano 1200 lire all'anno in lupini ed olio; messe a vigneto avrebbero
dato, fra cinque anni, 12 o 13 mila lire, impiegandovene solo 10 o 12 mila; il
taglio degli ulivi avrebbe coperto metà della spesa. Era un'eccellente
speculazione, come si vede, e il proprietario pagava, di buon grado, una gran
giornata ai contadini che lavoravano al dissodamento, 30 soldi agli uomini, e
20 alle donne, senza minestra; è vero che il lavoro era un po' faticoso, e che
ci si rimettevano anche quei pochi cenci che formavano il vestito dei giorni di
lavoro; ma Nedda non era abituata a guadagnar 20 soldi tutti i giorni.
Il soprastante s'accorse
che Janu, riempiendo i corbelli di sassi, lasciava sempre il più leggiero per
Nedda, e minacciò di cacciarlo via. Il povero diavolo, tanto per non perdere il
pane, dovette accontentarsi di discendere dai 30 ai 20 soldi.
Il male era che quei
poderi quasi incolti mancavano di fattoria, e la notte uomini e donne dovevano
dormire alla rinfusa nell'unico casolare senza porta, e sì che le notti erano
piuttosto fredde. Janu diceva d'aver sempre caldo, e dava a Nedda la sua
casacca di fustagno perché si coprisse per bene. La domenica poi tutta la
brigata si metteva in cammino per vie diverse.
Janu e Nedda avevano preso
le scorciatoie, e andavano attraverso il castagneto chiacchierando, ridendo,
cantando a riprese, e facendo risuonare nelle tasche i grossi soldoni. Il sole
era caldo come in giugno; i prati lontani cominciavano ad ingiallire, le ombre
degli alberi avevano qualche cosa di festevole, e l'erba che vi cresceva era
ancora verde e rugiadosa.
Verso il mezzogiorno
sedettero al rezzo, per mangiare il loro pan nero e le loro cipolle bianche.
Janu aveva anche del vino, del buon vino di Mascali che regalava a Nedda senza
risparmio, e la povera ragazza, la quale non c'era avvezza, si sentiva la
lingua grossa, e la testa assai pesante. Di tratto in tratto si guardavano e
ridevano senza saper perché.
- Se fossimo marito e
moglie si potrebbe tutti i giorni mangiare il pane e bere il vino insieme; -
disse Janu con la bocca piena, e Nedda chinò gli occhi, perché egli la guardava
in un certo modo.
Regnava il profondo
silenzio del meriggio; le più piccole foglie erano immobili; le ombre erano rade;
c'era per l'aria una calma, un tepore, un ronzio di insetti che pesava
voluttuosamente sulle palpebre. Ad un tratto una corrente d'aria fresca, che
veniva dal mare, fece sussurrare le cime più alte de' castagni.
- L'annata sarà buona pel
povero e pel ricco, - disse Janu, - e se Dio vuole alla messe un po' di
quattrini metterò da banda... e se tu mi volessi bene!... - e le porse il
fiasco.
- No, non voglio più bere.
- disse ella colle guance tutte rosse.
- O perché ti fai rossa? -
diss'egli ridendo.
- Non te lo voglio dire.
- Perché hai bevuto!
- No!
- Perché mi vuoi bene? -
Ella gli diede un pugno
sull'omero e si mise a ridere.
Da lontano si udì il
raglio di un asino che sentiva l'erba fresca. - Sai perché ragliano gli asini?
- domandò Janu.
- Dillo tu che lo sai.
- Sì che lo so; ragliano
perché sono innamorati, - disse egli con un riso grossolano, e la guardò fiso.
Ella chinò gli occhi come
se ci vedesse delle fiamme, e le sembrò che tutto il vino che aveva bevuto le
montasse alla testa, e tutto l'ardore di quel cielo di metallo le penetrasse
nelle vene.
- Andiamo via! - esclamò
corrucciata, scuotendo la testa pesante.
- Che hai?
- Non lo so, ma andiamo
via!
- Mi vuoi bene? -
Nedda chinò il capo.
- Vuoi essere mia moglie?
-
Ella lo guardò
serenamente, e gli strinse forte la mano callosa nelle sue mani brune, ma si
alzò sui ginocchi che le tremavano per andarsene. Egli la trattenne per le
vesti, tutto stravolto, e balbettando parole sconnesse, come non sapendo quel
che si facesse.
Allorché si udì nella
fattoria vicina il gallo che cantava, Nedda balzò in piedi di soprassalto, e si
guardò attorno spaurita.
- Andiamo via! Andiamo
via! - disse tutta rossa e frettolosa.
Quando fu per svoltare
l'angolo della sua casuccia si fermò un momento trepidante, quasi temesse di
trovare la sua vecchiarella sull'uscio deserto da sei mesi.
Venne la Pasqua, la gaia
festa dei campi coi suoi falò giganteschi, colle sue allegre processioni fra i
prati verdeggianti e sotto gli alberi carichi di fiori, colla chiesuola parata
a festa, gli usci delle casipole incoronati di festoni, e le ragazze colle
belle vesti nuove d'estate. Nedda fu vista allontanarsi piangendo dal
confessionario, e non comparve fra le fanciulle inginocchiate dinanzi al coro
che aspettavano la comunione. Da quel giorno nessuna ragazza onesta le rivolse
più la parola, e quando andava a messa non trovava posto al solito banco, e
bisognava che stesse tutto il tempo ginocchioni: - se la vedevano piangere,
pensavano a chissà che peccatacci, e le volgevano le spalle inorridite: - e
quelle che le davano da lavorare, ne approfittavano per scemarle il prezzo
della giornata.
Ella aspettava il suo
fidanzato che era andato a mietere alla Piana, raggruzzolare i quattrini che ci
volevano a mettere su un po' di casa, e a pagare il signor curato.
Una sera, mentre filava,
udì fermarsi all'imboccatura della viottola un carro da buoi, e si vide
comparir dinanzi Janu pallido e contraffatto.
- Che hai? - gli disse.
- Son stato ammalato. Le
febbri mi ripresero laggiù, in quella maledetta Piana; ho perso più di una
settimana di lavoro, ed ho mangiato quei pochi soldi che avevo fatto -.
Ella rientrò in fretta,
scucì il pagliericcio, e volle dargli quel piccolo gruzzolo che aveva legato in
fondo ad una calza.
- No, - diss'egli. -
Domani andrò a Mascalucia per la rimondatura degli ulivi, e non avrò bisogno di
nulla. Dopo la rimondatura ci sposeremo -.
Egli aveva l'aria triste
facendole questa promessa, e stava appoggiato allo stipite, col fazzoletto
avvolto attorno al capo, e guardandola con certi occhi luccicanti.
- Ma tu hai la febbre! -
gli disse Nedda.
- Sì, ma ora che son qui
mi lascerà; ad ogni modo non mi coglie che ogni tre giorni -.
Ella lo guardava senza
parlare, e sentiva stringersi il cuore, vedendolo così pallido e dimagrato. - E
potrai reggerti sui rami alti? - gli domandò.
- Dio ci penserà! -
rispose Janu. - Addio, non posso far aspettare il carrettiere che mi ha dato un
posto sul suo carro dalla Piana sin qui. A rivederci presto! - e non si moveva.
Quando finalmente se ne andò, ella lo accompagnò sino alla strada maestra, e lo
vide allontanarsi, senza una lagrima, sebbene le sembrasse che stesse a vederlo
partire per sempre; il cuore ebbe un'altra strizzatina, come una spugna non
spremuta abbastanza - nulla più, ed egli la salutò per nome alla svolta della
via.
Tre giorni dopo udì un
gran cicaleccio per la strada. Si affacciò al muricciolo, e vide in mezzo ad un
crocchio di contadini e di comari Janu disteso su di una scala a piuoli,
pallido come un cencio lavato, e colla testa fasciata da un fazzoletto tutto
sporco di sangue. Lungo la via dolorosa, prima di giungere al suo casolare,
egli, tenendola per mano, le narrò come, trovandosi così debole per le febbri,
era caduto da un'alta cima, e s'era concio in quel modo. - Il cuore te lo
diceva: - mormorava con un triste sorriso. Ella l'ascoltava coi suoi
grand'occhi spalancati, pallida come lui e tenendolo per mano. Il domani egli
morì.
Allora Nedda, sentendo
muoversi dentro di sé qualcosa che quel morto le lasciava come un triste
ricordo, volle correre in chiesa a pregare per lui la Vergine Santa. Sul
sacrato incontrò il prete che sapeva la sua vergogna, si nascose il viso nella
mantellina e tornò indietro derelitta.
Adesso, quando cercava del
lavoro, le ridevano in faccia, non per schernire la ragazza colpevole, ma
perché la povera madre non poteva più lavorare come prima. Dopo i primi
rifiuti, e le prime risate, ella non osò cercare più oltre, e si chiuse nella
sua casipola, al pari di un uccelletto ferito che va a rannicchiarsi nel suo
nido. Quei pochi soldi raccolti in fondo alla calza se ne andarono l'un dopo
l'altro, e dietro ai soldi la bella veste nuova, e il bel fazzoletto di seta.
Lo zio Giovanni la soccorreva per quel poco che poteva, con quella carità
indulgente e riparatrice senza la quale la morale del curato è ingiusta e
sterile, e le impedì così di morire di fame. Ella diede alla luce una bambina
rachitica e stenta; quando le dissero che non era un maschio pianse come aveva
pianto la sera in cui aveva chiuso l'uscio del casolare dietro al cataletto che
se ne andava, e s'era trovata senza la mamma; ma non volle che la buttassero
alla Ruota.
- Povera bambina! Che
incominci a soffrire almeno il più tardi che sia possibile! - disse.
Le comari la chiamavano
sfacciata, perché non era stata ipocrita, e perché non era snaturata. Alla
povera bambina mancava il latte, giacché alla madre scarseggiava il pane. Ella
deperì rapidamente, e invano Nedda tentò spremere fra i labbruzzi affamati il
sangue del suo seno. Una sera d'inverno, sul tramonto, mentre la neve fioccava
sul tetto, e il vento scuoteva l'uscio mal chiuso, la povera bambina, tutta
fredda, livida, colle manine contratte, fissò gli occhi vitrei su quelli
ardenti della madre, diede un guizzo, e non si mosse più.
Nedda la scosse, se la
strinse al seno con impeto selvaggio, tentò di scaldarla coll'alito e coi baci,
e quando s'accorse che era proprio morta, la depose sul letto dove aveva
dormito sua madre, e le s'inginocchiò davanti, cogli occhi asciutti e
spalancati fuor di misura.
- Oh! benedette voi che
siete morte! - esclamò. - Oh! benedetta voi, Vergine Santa! che mi avete tolto
la mia creatura per non farla soffrire come me! -

Commenti
Posta un commento